Diritto di critica e diffamazione

 

La differenza tra diritto di critica e diffamazione è spesso oggetto di discussione a vario livello.

Normalmente, se non si travalica il limite della decenza delle espressioni utilizzate e soprattutto se si osserva il principio della verità di tali affermazioni, la critica anche aspra del lavoro o delle opinioni altrui non costituisce reato.

Però, è necessario che vi sia correlazione tra l’esercizio del diritto di critica e la potenziale lesione dell’onorabilità del destinatario delle critiche, soprattutto se chi diffonde giudizi poco edificanti lo fa comunicando con terze persone e non con il diretto interessato.

Purtroppo, nostri clienti comunque soddisfatti ci riferiscono di altre persone – che non sono clienti, né mai lo saranno – le quali con una certa insistenza suggeriscono di rivolgersi ad altri professionisti  (e questo è assolutamente legittimo) lamentando insoddisfazione del servizio ricevuto da noi (e questo invece va molto meno bene).

Queste persone non sanno, però, che un cliente può criticare il proprio avvocato sulla base dell’esperienza avuta, a suo dire negativa, a condizione che i fatti descritti siano veri e completi: in questo caso prevale il diritto di manifestazione del pensiero, nei limiti sopra detti.

Al contrario, non è ammesso dare dell’incapace ad un avvocato, parlando e scrivendo con altri senza permettergli di replicare, se non c’è stato un rapporto diretto e senza conoscere minimamente i fatti.

Il nostro studio non ha paura di assumere incarichi molto difficili e in molti casi si cerca di trovare una soluzione ad errori di precedenti avvocati: è normale che non sempre si riesca a salvare il salvabile, perché un termine fatto scadere molto difficilmente si può recuperare.

Gli avvocati tendono a considerarsi e ad essere considerati superiori e praticamente intoccabili – ovviamente non tutti, ci mancherebbe altro, ma qualcuno c’è –, tanto che se un collega assume un incarico contro un altro collega, che ha sbagliato, viene visto come un traditore della categoria: è successo in Sicilia così come in Lombardia, ma i procedimenti vanno avanti comunque senza problemi.

A Bolzano, due avvocati hanno recentemente sbagliato, in cause completamente diverse, a calcolare i termini per ricorrere in cassazione e i rispettivi clienti si ritrovano adesso con sentenze definitive contro cui non possono fare quasi nulla: in un caso è a rischio una casa, in un altro addirittura una nipote.

Si sono rivolti a noi e stiamo cercando di valutare le mosse da fare, probabilmente anche nei confronti di quei due colleghi per chiedere spiegazioni: tutti possono sbagliare, io per primo, fa parte della vita quotidiana e lavorativa.

La particolarità è che alcune persone, che conosciamo perché condividiamo l’origine cecoslovacca e la residenza in Alto Adige, si sono prese la briga non solo di criticare la nostra attività – lo si ripete, senza essere mai stata nostra cliente – ma addirittura di consigliare proprio uno di quegli avvocati che hanno sbagliato, nonostante indiscutibili provvedimenti che lo dimostrano.

È chiaro che in questi casi già la contestazione della qualità del servizio da noi ricevuto costituisce diffamazione, non essendoci mai stato alcun rapporto professionale tra le parti coinvolte; se, invece, lo scopo è quello di fare in modo che rinunciamo ad andare contro quell’avvocato, gli interessati si sbagliano alla grande, in quanto il loro comportamento fa solo aumentare la voglia di accertare se sono stati commessi errori e perché.

In ogni caso, preferisco che le cose mi vengano dette in faccia: è troppo comodo e vile parlare alle spalle degli altri, soprattutto perché la diffamazione è reato e obbliga al risarcimento del danno