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Le sanzioni per chi viola i decreti sul “coronavirus”

In questo periodo si stanno susseguendo, quasi con frequenza quotidiana, numerosi DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) emanati per contenere il contagio da “coronavirus”.

Questi decreti limitano gli spostamenti e le attività lavorative e commerciali, con le eccezioni volta per volta indicate: chi viola senza giustificazione dette regole, che sono leggi a tutti gli effetti tanto più che sono in vigore in un momento di emergenza nazionale, incorre in una denuncia per violazione dell’art. 650 del codice penale (a meno che il fatto non costituisca un reato più grave: ad esempio, se una persona è consapevole di essere positiva al “coronavirus” e ciononostante esce di casa ed entra scientemente e volutamente in contatto con altre persone del tutto inconsapevoli, commette un delitto contro la salute pubblica, che è molto più serio rispetto alla “semplice” inosservanza di un provvedimento dell’autorità).

L’art. 650 c.p. così dispone: “chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o d’igiene è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a duecentosei euro”.

Nel caso in cui si venga denunciati, e quindi sottoposti a procedimento penale, per violazione delle norme dei decreti del Governo, le alternative sono soltanto due:

  • si paga l’ammenda (che è una sanzione penale a tutti gli effetti, cosicché la relativa condanna risulterà nel casellario giudiziale);

  • si chiede di essere ammessi alla cosiddetta “oblazione discrezionale”, che è soggetta alla valutazione del Giudice a seguito della verifica di tutte le circostanze e dell’effettiva gravità del fatto rispetto al rischio che si vuole prevenire a livello nazionale: in questo caso, se e soltanto se si ottiene un giudizio favorevole del Magistrato, con il pagamento di una somma pari alla metà del massimo dell’ammenda prevista, oltre alle spese del procedimento, il reato si estingue e nel casellario giudiziale non risulterà alcuna traccia.

Più semplicemente:

  • se si decide di pagare l’ammenda senza ricorrere alla procedura di oblazione, ci si deve aspettare un costo tra € 20,00 ed € 206,00 oltre alle spese di notifica (circa un’altra decina di euro);

  • se si preferisce non avere precedenti penali, ci si deve aspettare una sanzione di € 103,00 oltre alle spese di notifica, alle del procedimento penale… ed oltre agli onorari dell’avvocato.

Si tenga presente, in ogni caso, che l’art. 650 c.p. astrattamente prevede, come pena alternativa all’ammenda, quella dell’arresto fino a tre mesi ma la pena detentiva appare più come un monito e viene irrogata soltanto nei casi di effettiva gravità della condotta del contravventore.

Ma attenzione!

In data 24 marzo 2020 il Governo ha emanato un nuovo DPCM con cui inasprisce e modifica la tipologia di sanzioni per violazione delle norme dell’attuale periodo di emergenza sanitaria.

In primo luogo, in sostituzione delle sanzioni penali di cui all’art. 650 c.p. è stata introdotta la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro da € 400,00 ad € 3.000,00 che ha le seguenti caratteristiche:

  • viene irrogata subito dalle Autorità di Polizia, senza la necessità di un procedimento penale che invece prevede tempi molto più lunghi e non raggiunge lo scopo d’intervenire immediatamente sui comportamenti contrari ai DPCM;

  • può essere impugnata con ricorso ma la sospensione dell’esecutività della sanzione è discrezionale e si può essere obbligati a pagare comunque entro i termini di legge al fine d’evitare che le somme lievitino e continuino ad aumentare (come per le contravvenzioni per violazione del codice della strada);

  • non risulterà nel casellario giudiziale.

In secondo luogo, ma si tratta di casi limite, con il decreto approvato il 24 marzo 2020 è prevista una sanzione penale molto pesante, fino a 5 anni di reclusione, per coloro che – nella consapevolezza di essere positivi al Covid-19 – ciononostante violano le regole della quarantena obbligatoria e circolano per le strade mettendo volutamente a repentaglio la salute pubblica (art. 452 c.p.).

La calunnia è un venticello…

Non è per nulla complicato innescare una campagna diffamatoria per distruggere la reputazione di qualcuno: è sufficiente scrivere una notizia distorta all’interno di un gruppo facebook e aspettare la reazione di chi – decine e decine di persone – crede ciecamente a quello che legge, senza minimamente porsi il dubbio che la verità potrebbe essere ben diversa, oppure non ci crede ma approfitta comunque dell’occasione contando sulla maggior forza del gruppo rispetto a quella del singolo.

Vi racconto una storia.

Ad un avvocato viene conferito il mandato per seguire una causa presso un tribunale a circa 600 km dalla sede dello studio legale: l’avvocato manda un preventivo di X euro e tale preventivo è addirittura inferiore ai minimi tariffari per il solo fatto che il cliente è un connazionale; viene espressamente scritto che le spese di viaggio e trasferta sono escluse dal preventivo (non si può certo prevedere il numero di udienze): “in base alla normativa vigente, indico di seguito il preventivo degli onorari: è il limite minimo delle tariffe obbligatorie (così come per ogni connazionale) e non ho esposto quello che ha già fatto il Suo precedente avvocato. Non sono compresi i costi e le spese per … (immaginiamo una città a caso) e ritorno”.

Viene pattuito un pagamento rateale, dopo un acconto iniziale, e non appena termina la causa, con una sentenza favorevole, il cliente interrompe i pagamenti … ma l’avvocato gli dà tutto il tempo (molti mesi) per sistemare la propria situazione economica.

Ad un certo punto, all’interno di un gruppo facebook si sviluppa una discussione a cui partecipa anche il cliente dell’avvocato e si crea un po’ di tensione, grazie anche al supporto degli altri componenti, anch’essi connazionali.

Per non alimentare ulteriormente la discussione e per evitare fraintendimenti, l’avvocato manda una email privata al cliente del seguente tenore: “in base all’originario accordo – che trasmetto e rispetto anche dopo quello che è recentemente successo su facebook – in forza del quale per i connazionali applico le tariffe minime (cioè, anche se avrei diritto ad un onorario nettamente superiore, soprattutto quando si risolve il problema del cliente), preciso il conteggio definitivo degli onorari e delle spese per la mia attività nel Suo interesse”.

L’onorario viene confermato nel medesimo importo iniziale di X euro a cui viene sommata una somma a forfait per viaggi, pernottamenti e trasferte (il totale effettivo, ricevute e biglietti alla mano, sarebbe di quasi il doppio).

Senza minimamente rispondere all’avvocato, il cliente preferisce scrivere all’interno del citato gruppo facebook un post totalmente contrario alla realtà, all’evidente scopo di provocare la reazione di tutti gli altri, che non si è fatta attendere: “ho ricevuto una email dall’avvocato che mi ha difeso, nella quale ha aumentato di … € quello che chiedeva all’inizio … per me sono persone totalmente da nulla e dei poveracci, che si devono vergognare… occhio ragazzi sono perfidi…”.

Ne è derivata un’enorme discussione con moltissimi messaggi, per la stragrande maggioranza contro l’avvocato dai toni offensivi e diffamatori, anche perché il cliente ha rincarato la dose sottolineando che il presunto aumento dell’onorario – che invece non c’è mai stato – sarebbe conseguenza degli eventi su facebook (una sorta di vendetta, dunque).

A questo punto l’avvocato ha inviato una seconda email del seguente tenore: “… cerca sostegno sulla rete ma non ha pubblicato la mia email: forse risulterebbe completamente diverso, vero? Come sa, ho scritto che l’onorario PER I CONNAZIONALI NON AUMENTA e vale l’originario accordo. E in tale accordo è espressamente scritto che le spese e i viaggi sono a parte. Forse non considera che ogni volta sono stato in viaggio almeno 12 ore: è tutto gratis? … Ha preferito metterlo nel gruppo affinché tutti partissero contro di me…”.

La reazione del cliente è stata surreale: ancora una volta, anziché rispondere all’avvocato, ha pubblicato in facebook un nuovo lungo post, finalizzato a fornire al suo pubblico in rete il suo punto di vista sulla vicenda, senza contraddittorio e soprattutto in senso totalmente opposto alla realtà, descrivendosi come paladino della verità e della correttezza e offendendo senza il minimo pudore il proprio difensore.

Risultato: molte centinaia di commenti offensivi e diffamatori contro l’avvocato in pochi giorni, nessuna possibilità di replica da parte dell’interessato, una decina di denunce e di atti giudiziari – in Italia e fuori – per ristabilire la verità e salvaguardare l’onorabilità del professionista, altri avvocati da pagare.

Ne è valsa la pena?

Forse sarebbe meglio, ogni volta, non ascoltare soltanto una campana e accertare la verità di una notizia prima di dare libero sfogo alle offese, alle minacce ed alle diffamazioni anche molto pesanti contro una persona (a prescindere dal fatto che sia un avvocato): la responsabilità penale è sempre personale e ciascuno risponde solo per le proprie azioni.

Intervista su VOX NEWS Südtirol

“La donna doveva credere di essere stata abbandonata anche dai suoi genitori”

Il caso ha scioccato l’Alto Adige questa settimana. Ad una giovane donna altoatesina, che da alcuni anni soffre di problemi psichiatrici, è stato tolto il figlio sulla base di un’errata diagnosi dei medici delle strutture pubbliche dell’Alto Adige e per conseguenza delle errate decisioni del Tribunale per i Minorenni di Bolzano. La madre, che è stata curata sulla base di errate valutazioni mediche e riempita di farmaci a dismisura, è stata fatta ricoverare dalla struttura in cui era ospitata in ospedale per essere sottoposta ad una vera e propria operazione per concludere la gravidanza nel momento stabilito. Lì alla donna incinta, a sua insaputa e contro la sua volontà, il bambino è stato tolto con taglio cesareo, Infine il bambino è stato dichiarato libero di essere adottato. La madre non ha mai avuto la possibilità di vedere il bambino. Il Tribunale per i minori non ha consentito, che i nonni si occupino del bambino.

E’ grande l’indignazione delle molte persone, che questa settimana grazie alla conferenza stampa dell’associazione Robin Hood Tirol su questo caso di apparente arbitrio giudiziario e sanitario. In particolare, anche negli ambienti professionali la circostanza non si comprende come possa essere stato fatto venire alla luce un bambino con taglio cesareo contro la volontà della donna. “Se fosse così come descritto, si tratterebbe di una violazione senza precedenti dell’etica medica. Da un lato, ogni persona ha diritto all’integrità fisica e mentale. Un taglio cesareo non è una procedura operativa semplice. Da una simile operazione non possono essere escluse gravi complicazioni. E a parte le possibili mutilazioni corporali, che un simile intervento può comportare, nella carta europea dei diritti dell’uomo si scrive chiaramente che in medicina e biologia il libero consenso della persona interessata dopo un’adeguata informativa è uno dei prerequisiti per questo tipo d’intervento. La circostanza che in questo caso ciò non sia successo non è solo non comprensibile, ma i responsabili di queste violazioni dei vigenti diritti umani dovrebbero finire in carcere”, afferma un medico interpellato da VOX NEWS Südtirol, che non vuole essere citato. Accanto allo sdegno, si sono levate voci critiche e commenti negativi alla conferenza stampa. “Il fatto che si sia imposta una nascita e si sia tolto senza motivo il bambino alla madre è un’accusa enorme. Se fosse davvero così alcuni medici sarebbero sotto processo, così come coloro che adesso sollevano simili accuse contro tali medici”, è stato scritto sul caso da uno dei commentatori.

Ci siamo messi in contatto con l’avvocato di fiducia della famiglia, Boris Dubini, del Foro di Como ma domiciliato in Alto Adige, ed abbiamo condotto un’intervista per disporre di maggiori dettagli su questo incredibile caso.

VOX NEWS Südtirol: Avvocato Dubini, abbiamo tutti sentito questa storia incredibile. Dal punto di vista giuridico, dove per Lei sono le più gravi violazioni dei diritti?

Avv. Boris Dubini: Dal mio punto di vista molti sono gli aspetti critici nella gestione sostanziale ma anche processuale dell’intera vicenda, che con maggior impegno ed attenzione avrebbero portato probabilmente a risultati diversi o, quanto meno, avrebbero consentito di evitare dubbi, sospetti, polemiche, denunce e quant’altro.
In primo luogo, non è mai stato affrontato il tema della paternità del minore (che ovviamente oltre alla madre biologica ha un padre biologico) e dei diritti di tale padre, al di là del fatto che voglia esercitarli in concreto.
In secondo luogo, non è stata fatta una diagnosi adeguata delle condizioni di salute della madre, soprattutto nel corso del procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore; anzi, sulla base del quadro che era stato dipinto dagli psichiatri era stato addirittura aperto un procedimento per dichiarare l’interdizione della madre, ma tale procedimento era stato abbandonato probabilmente perché tali condizioni di salute non erano così gravi: pertanto, la madre ha sempre avuto la propria capacità d’intendere e di volere e, quindi, di scegliere.
In terzo luogo, è inammissibile che sia uno psichiatra (e non un ginecologo) ad imporre un taglio cesareo al quarto mese di gravidanza allo scopo di affidare immediatamente il futuro neonato ad una famiglia diversa da quella biologica, senza nemmeno farlo mai vedere alla madre, tenendo presente che lo stesso psichiatra ha dato atto che la gravidanza procedeva bene e non c’erano rischi né per la madre né per il feto.
In quarto luogo, la madre è stata volutamente tenuta lontana dalla famiglia d’origine facendole credere, soprattutto grazie al cocktail di farmaci errati che le veniva quotidianamente fatto assumere, di essere stata abbandonata e che avrebbe rischiato l’arresto se si fosse avvicinata ai genitori, i quali in realtà stanno combattendo ogni giorno da anni per lei e per il nipote.
Anche la gestione delle istanze e delle denunce da noi presentate è stata alquanto superficiale e non me ne so dare una ragione.

VNS: Queste violazioni hanno anche una rilevanza penale per i responsabili?

Avv. Dubini: Nelle nostre istanze e denunce abbiamo ipotizzato una serie di violazioni della legge penale, a partire proprio da quanto detto e fatto quanto meno dal momento in cui la madre è rimasta incinta.
Una su tutte: se la donna era – come affermato e scritto dallo psichiatra – in condizioni di costante delirio e d’incapacità tali da non meritare nemmeno di vedere una sola volta la propria figlia, significa che la madre non ha manifestato un valido consenso al rapporto sessuale a seguito del quale è rimasta incinta; si tratta di violenza sessuale oppure di rapporto consenziente? se si tratta di violenza perché nessuno (medici, psichiatri, amministratore di sostegno) ha mai presentato denuncia? se invece si tratta di rapporto consenziente per quale motivo è poi stato tolto il figlio ad una donna capace d’intendere e di volere? O di qua, o di là.

VNS: Avete presentato alla Procura di Bolzano diverse denunce-querele. La Procura ha chiesto l’archiviazione delle querele. Come motiva la Procura le sue richieste di archiviazione?

Avv. Dubini: Questo è uno degli aspetti che più mi amareggiano.
Abbiamo presentato una prima denuncia-querela, a mio avviso dettagliata e documentata, omettendo volutamente il nome delle persone denunciate, in quanto la donna si trovava ricoverata presso quella struttura, volevamo evitare una “pubblicità eccessiva” del caso e comunque si stava procedendo contro dipendenti del settore pubblico: una volta iscritto il fascicolo ed assegnato al magistrato credo di turno, dopo 24 ore (non è un modo di dire, proprio il giorno dopo) è stata formulata una richiesta d’archiviazione: più in particolare, è stata iscritta nel registro delle notizie di reato il 16.10 e ne è stata chiesta l’archiviazione il 17.10 poiché a detta del P.M. non ci sarebbero elementi per svolgere ULTERIORI INDAGINI finalizzate ad accertare chi siano gli autori dei reati!
Quindi, dalla semplice lettura dei documenti, il P.M. ha ritenuto sussistenti i reati da noi denunciati, ma ha ritenuto impossibile stabilire chi ne sia il responsabile.
Abbiamo presentato ovviamente richiesta d’archiviazione e siamo in attesa.
Per velocizzare la questione – visti i lunghi tempi di fissazione delle udienze avanti al GIP di Bolzano – abbiamo presentato una seconda denuncia, in gran parte sovrapponibile, questa volta con nomi e cognomi, e poi una terza denuncia contro ignoti per le ipotesi di reato più delicate, come sopra accennate: queste ulteriori due denunce-querele sono state riunite ed assegnate ad un unico Procuratore, che ne ha chiesto l’archiviazione poiché non ha ritenuto essere sussistenti ipotesi di reato.
Ma come: se la denuncia è contro ignoti i fatti sono accertati ma non gli autori e se invece la stessa denuncia è contro noti, con nomi e cognomi, spariscono anche i reati? Mi rendo conto che due Procuratori possano avere due diverse sensibilità e due diverse visioni, però sarebbe opportuno un minimo di coordinamento per garantire la certezza del diritto: non si tratta di fatti analoghi diversamente interpretati in base alle diverse circostanze, si tratta degli stessi identici fatti con le stesse identiche persone coinvolte.
Abbiamo presentato una seconda opposizione alla richiesta d’archiviazione stiamo aspettando che ci fissino l’udienza.

VNS: Nella conferenza stampa è stato detto che il provvedimento dell’adozione è passato in giudicato. Dopo la conferenza stampa è stato consegnato un nuovo atto legale per interdire il procedimento di adozione. Quali elementi sono stati presentati al tribunale competente, chiamato per fermare il percorso già deciso dalle autorità giudiziarie?

Avv. Dubini: Qualche mese fa abbiamo presentato un’istanza al Tribunale per i Minorenni, il Presidente dott. Baumgartner ci ha concesso due udienze per sentire i nonni, la madre e il nuovo amministratore di sostegno, ma tale istanza è stata respinta – eravamo consapevoli fin dall’inizio delle scarsissime possibilità ed anche lo stesso Presidente lo ha più volte ricordato in base alla normativa vigente: infatti, la legge sulle adozioni all’art. 21 comma 4 impedisce di revocare uno stato d’adottabilità dichiarato con sentenza definitiva non impugnata con conseguente affido preadottivo a terzi.
Abbiamo dunque presentato presso la Sezione Specializzata della Corte d’Appello un ricorso per la revocazione straordinaria della sentenza di secondo grado, che purtroppo il precedente difensore non è riuscito ad impugnare nei termini avanti alla Cassazione e che quindi è passata in giudicato, con la quale appunto è stato dichiarato lo stato di adottabilità del minore a causa dell’incapacità genitoriale della madre ed il bambino è stato affidato ad una famiglia diversa da quella biologica, poiché è stata respinta anche la richiesta dei nonni di affidamento del nipote.
Gli elementi nuovi derivano dalle cartelle cliniche di cui siamo finalmente entrati in possesso grazie alla nomina di un nuovo amministratore di sostegno (avendo noi chiesto ed ottenuto la sostituzione del precedente), dal netto miglioramento delle condizioni di salute della madre che è ora in grado di descrivere lucidamente tutto il suo calvario all’interno delle strutture in cui era stata ospitata e da ben tre perizie psichiatriche e psicologiche, in forza delle quali ci sono seri dubbi circa la diagnosi di schizofrenia e circa la terapia per anni somministrata, tanto più che il disturbo individuato disgiuntamente dai professionisti che la famiglia ha recentemente incaricato non incide, se tenuto sotto constante controllo, sulla capacità genitoriale della madre fino al punto di farle perdere il bambino.

VNS: Ci sono tre nuove perizie psichiatriche e psicologiche. In breve quale importanza hanno queste tre perizie e quali periti vi siete rivolti con quale risultato per perizia?

Avv. Dubini: Ci siamo rivolti al dottor Andrea Mazzeo di Lecce, sia per valutare la capacità dei nonni all’affidamento del nipote nel caso in cui la madre non fosse in grado di svolgere le funzioni genitoriali (questo molti mesi prima che le condizioni della loro figlia migliorassero e che emergessero i nuovi elementi a cui ho accennato), sia più recentemente per avere una diagnosi reale sulle condizioni di salute della madre a partire dall’esame della documentazione medica e clinica e dall’esame obiettivo vis-a-vis con la stessa: il risultato è stato incredibile, poiché pare con elevata probabilità che la donna soffra da sempre di un disturbo bipolare e non di schizofrenia, con la conseguenza che sarebbe stata curata, con dosi da cavallo di farmaci peraltro non sempre disponibili, per una malattia di cui non avrebbe mai sofferto.
In parallelo, è stato incaricato lo psicologo dottor Robert Tschenett di Bolzano, che ha sottoposto la donna ai test (Rorschach e Minnesota su tutti) per la valutazione della sua capacità genitoriale ottenendo risultati più che soddisfacenti: tengo a precisare che detti test non erano mai stati sottoposti in precedenza alla donna ma sarebbero atti pressoché obbligatori prima di concludere per una diagnosi di schizofrenia e prima di toglierle il bambino.
Sempre di pari passo, è stato incaricato anche il prof. Carlo Andrea Robotti di Verona (presente alla conferenza stampa e che quindi ha ampiamente dato il suo contributo per informare gli astanti) che ha condiviso ed in parte integrato le conclusioni del dottor Mazzeo.

VNS: Quali richieste concretamente ha formulato nelle sue conclusioni dell’atto di revocazione?

Avv. Dubini: Abbiamo chiesto anzitutto di sospendere l’esecutività della sentenza impugnata e di “congelare” la procedura di affidamento preadottivo, prima di arrivare all’adozione vera e propria.
Poi abbiamo chiesto di accertare la paternità (ed anche la maternità, non avendo mai visto il bambino, per essere sicuri di combattere proprio per il “nostro” minore) anche allo scopo d’escludere eventuali ipotesi di reato, oltre che per valutare eventualmente la capacità genitoriale del padre biologico.
Inoltre abbiamo chiesto una perizia medico legale psichiatrica per avere l’esatta diagnosi sullo stato di salute della madre e per accertare se la terapia farmacologica a cui era stata per anni sottoposta fosse adeguata ed avesse inciso sulla capacità d’intendere e di volere della madre stessa, la quale aveva ripetutamente chiesto di tenere con sé la figlia e di volersene occupare senza essere mai stata ascoltata.
Infine, ed in subordine, abbiamo chiesto di rivalutare la capacità dei nonni a vedersi affidato il bambino unitamente alla madre, nel caso in cui la stessa non fosse completamente in grado di badarvi da sola (anche per l’assenza a tutt’oggi del padre biologico).

VNS: Nei commenti della conferenza stampa esistono anche voci non a favore vostra. Quale risposta ha per questi commentatori?

Avv. Dubini: Mi sembra assolutamente normale che non ci sia un pensiero unico, anzi sarebbe strano il contrario.
La gente deve credere al sistema-stato ed al servizio sanitario nazionale altrimenti finiremmo nel caos, quindi il primo impatto può essere di chiusura per autotutela.
Naturalmente, nessuno di noi va contro il sistema, contro il servizio, contro l’azienda sanitaria o contro la provincia autonoma: la responsabilità (eventualmente penale) è personale ed individuale e un’indagine approfondita dovrebbe perseguire proprio lo scopo di togliere le ombre che da più parti affollano il cielo di questa triste vicenda.
I commenti a caldo sono dettati dalla pancia: quando si arriverà ad una conclusione ci saranno i commenti a freddo dettati dal cervello, e sono questi quelli che più contano.

Autore: (ts), 14.07.2019, VOX NEWS Südtirol – tutti i diritti riservati

Integrazione riuscita tramite corsi di italiano e specialità culinarie

La comunità dei cechi e slovacchi è una delle più grandi comunità culturali straniere nella città di Merano. Con corsi di lingua italiana e specialità culinarie nazionali dei due paesi, riesce con successo una buona integrazione.

Merano, una città con un minimo tasso di criminalità, che dà supporto alle comunità straniere partendo dall’integrazione fino all’auspicato reciproco arricchimento: per arrivare a quest’obiettivo, però, c’è alla base la cultura e l’istruzione, senza le quali qualunque progetto d’integrazione è destinato a fallire miseramente.
Le agenzie di educazione permanente UPAD e Palladio si occupano a livello altamente professionale e con apprezzata bravura dell’integrazione consapevole dei cittadini stranieri, dai più piccoli ai più grandi. Alle varie comunità del territorio si dà lo spazio e la possibilità d’esprimersi, con il costante supporto ma con il controllo e la supervisione di questi due enti e dei suoi collaboratori.

Una delle comunità più numerose ed attive è quella dei cittadini della Repubblica Ceca e della Repubblica Slovacca, da sempre diversi ma non avversi, tanto che sono stati attivati da tempo dei corsi a vario livello di lingua italiana -con dotazione dalla Provincia Autonoma – durante i quali la docente madrelingua dott.sa Lucie Huskova spiega la materia in italiano ed in ceco, così da favorire e velocizzare l’apprendimento: al termine di ogni singolo corso viene rilasciato un certificato di frequenza spendibile nel mondo del lavoro e, dato il successo ottenuto, non è escluso che a breve verranno introdotti anche dei veri e propri esami, in collaborazione con altri enti, per far conseguire agli interessati il livello B1 necessario per ottenere la cittadinanza italiana.

Le stesse UPAD e Palladio a Merano (direttore dott. Mauro Cereghini) , in collaborazione con il Museo della Donna ( la direttrice dott.ssa Sigrid Prader) e con il patrocinio del Comune e della Provincia Autonoma, ha recentemente organizzato un ciclo d’incontri dal titolo “La cucina arte dell’incontro”, dando ampio spazio alla cucina ceca e slovacca ottenendo un grande successo di pubblico, tanto da meritare menzioni positive sulla carta stampata e addirittura in un servizio televisivo: infatti, il 9 aprile 2019 a partire dalle ore 19, gli oltre sessanta presenti che hanno affollato la sala non hanno perso l’occasione di ascoltare la storia e la descrizione dei piatti tipici delle due comunità sorelle e di assaggiare i piatti tradizionali cechi e slovacchi preparati dal cuoco Radovan Nesrsta e dalle studentesse del corso di lingua italiana.

(Voxnews Suedtirol – 21.6.2019 – Redazione – https://www.voxnews.online/integrazione-riuscita-tramite-corsi-di-italiano-e-specialita-culinarie/)

Mai arrendersi

Una giovane donna sottratta alla famiglia e ricoverata in una struttura psichiatrica: i medici dicono che la famiglia la ha abbandonata, che se si avvicinasse a casa la farebbero arrestare, che lei non sarebbe mai guarita.

Terapia farmacologica pesante e forse sbagliata.

Una gravidanza imprevista e la bambina viene tolta alla giovane, subito data in affidamento a chissà chi, nessuno la ha mai vista, è stata fatta nascere con l’inganno e con il parto cesareo che la madre non voleva.

Un amministratore di sostegno che impedisce le visite della famiglia, un giudice che dà corda all’amministratore di sostegno, un avvocato che dimentica di presentare un ricorso.

C’erano i presupposti per mettersi a piangere e rinunciare a tutto.

E invece i genitori non si vogliono arrendere, giustamente, e si sono rivolti a noi.

Tre denunce, un’opposizione e tre ricorsi presentati nell’arco di pochi mesi e molto altro ancora verrà fatto a breve: finalmente qualcosa si muove per il verso giusto.

La terapia è miracolosamente diventata efficace, l’amministratore di sostegno è stato sostituito dal giudice, la giovane può ora liberamente uscire dalla struttura, va a lavorare, vede la famiglia d’origine, che la ha accolta a braccia aperte (altro che farla arrestare), dialoga quotidianamente con un professionista all’esterno della struttura per recuperare forza ed autostima.

Ha passato la Pasqua a casa con papà, mamma, fratello e nonna…

Responsabilità dell’amministratore di un gruppo facebook

La sentenza del G.U.P. del Tribunale di Vallo della Lucania n. 22 del 24 febbraio 2016 assume una particolare rilevanza poiché esamina la responsabilità degli amministratori di un gruppo costituito sul noto social network Facebook giungendo ad una conclusione senz’altro condivisibile.

In particolare, nel caso di specie, alcuni soggetti sono stati tratti in giudizio in quanto, nella loro qualità di amministratori di un gruppo di discussione aperto sulla piattaforma telematica denominata Facebook, avrebbero omesso di effettuare un controllo adeguato sui messaggi, di carattere diffamatorio, postati da iscritti sulla bacheca del gruppo, in tal modo contribuendo all’offesa dell’onore e della reputazione consumatasi in danno del destinatario.

Il G.U.P. nel valutare la posizione degli amministratori, pur condividendo che senz’altro la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “Facebook” integri un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone, esclude la responsabilità degli imputati poiché in concreto l’amministratore di un gruppo Facebook non è in grado di operare un controllo preventivo sulle affermazioni che gli utenti immettono in rete.

Come giustamente rilevato dall’organo giudicante l’amministratore potrebbe rispondere di diffamazione solo allorché ricorra, sotto il profilo soggettivo, una responsabilità concorsuale, commissiva ovvero omissiva, di tipo morale, la cui prova deve essere rigorosamente fornita dall’ufficio di Procura. Difatti, in sede penale non è possibile ritenere che le offese degli utenti debbano darsi per condivise dal dominus del gruppo solo in quanto da questi approvate, in modo specifico (nel caso in cui abbia predisposto un sistema di filtri) ovvero in modo generico ed incondizionato (nel caso in cui non l’abbia predisposto).

Affinché l’elemento soggettivo del reato ex art. 595 c.p. possa ritenersi sussistente, è necessario che il moderatore abbia scientemente omesso di cancellare, anche a posteriori, le frasi diffamatorie.

Ove, invece, egli si sia prontamente attivato in senso emendativo, allora la sua condotta non assumerà connotati illeciti. Al pari di quanto accade in una assemblea di persone fisiche, allorché il presidente dell’assise, nel dare la parola ad un astante, non è in grado di sapere, a priori, cosa dirà quest’ultimo, e, proprio per tale motivo, potrà sottrarsi alle conseguenze penali di quanto riferito dall’individuo ricorrendo ad una immediata e pubblica presa di distanza.

Nel caso di specie, difatti, gli amministratori del gruppo non assumono alcuna responsabilità poiché dopo aver appreso l’avvenuta pubblicazione sulla bacheca, di commenti diffamatori hanno provveduto a cancellare l’intera conversazione appena due giorni dopo la pubblicazione accompagnando il gesto con un lungo post, nel quale hanno spiegato le ragioni dell’intervento, dissociandosi dalle affermazioni rese dai due membri.

(fonte altalex)

Diritto di critica e diffamazione

 

La differenza tra diritto di critica e diffamazione è spesso oggetto di discussione a vario livello.

Normalmente, se non si travalica il limite della decenza delle espressioni utilizzate e soprattutto se si osserva il principio della verità di tali affermazioni, la critica anche aspra del lavoro o delle opinioni altrui non costituisce reato.

Però, è necessario che vi sia correlazione tra l’esercizio del diritto di critica e la potenziale lesione dell’onorabilità del destinatario delle critiche, soprattutto se chi diffonde giudizi poco edificanti lo fa comunicando con terze persone e non con il diretto interessato.

Purtroppo, nostri clienti comunque soddisfatti ci riferiscono di altre persone – che non sono clienti, né mai lo saranno – le quali con una certa insistenza suggeriscono di rivolgersi ad altri professionisti  (e questo è assolutamente legittimo) lamentando insoddisfazione del servizio ricevuto da noi (e questo invece va molto meno bene).

Queste persone non sanno, però, che un cliente può criticare il proprio avvocato sulla base dell’esperienza avuta, a suo dire negativa, a condizione che i fatti descritti siano veri e completi: in questo caso prevale il diritto di manifestazione del pensiero, nei limiti sopra detti.

Al contrario, non è ammesso dare dell’incapace ad un avvocato, parlando e scrivendo con altri senza permettergli di replicare, se non c’è stato un rapporto diretto e senza conoscere minimamente i fatti.

Il nostro studio non ha paura di assumere incarichi molto difficili e in molti casi si cerca di trovare una soluzione ad errori di precedenti avvocati: è normale che non sempre si riesca a salvare il salvabile, perché un termine fatto scadere molto difficilmente si può recuperare.

Gli avvocati tendono a considerarsi e ad essere considerati superiori e praticamente intoccabili – ovviamente non tutti, ci mancherebbe altro, ma qualcuno c’è –, tanto che se un collega assume un incarico contro un altro collega, che ha sbagliato, viene visto come un traditore della categoria: è successo in Sicilia così come in Lombardia, ma i procedimenti vanno avanti comunque senza problemi.

A Bolzano, due avvocati hanno recentemente sbagliato, in cause completamente diverse, a calcolare i termini per ricorrere in cassazione e i rispettivi clienti si ritrovano adesso con sentenze definitive contro cui non possono fare quasi nulla: in un caso è a rischio una casa, in un altro addirittura una nipote.

Si sono rivolti a noi e stiamo cercando di valutare le mosse da fare, probabilmente anche nei confronti di quei due colleghi per chiedere spiegazioni: tutti possono sbagliare, io per primo, fa parte della vita quotidiana e lavorativa.

La particolarità è che alcune persone, che conosciamo perché condividiamo l’origine cecoslovacca e la residenza in Alto Adige, si sono prese la briga non solo di criticare la nostra attività – lo si ripete, senza essere mai stata nostra cliente – ma addirittura di consigliare proprio uno di quegli avvocati che hanno sbagliato, nonostante indiscutibili provvedimenti che lo dimostrano.

È chiaro che in questi casi già la contestazione della qualità del servizio da noi ricevuto costituisce diffamazione, non essendoci mai stato alcun rapporto professionale tra le parti coinvolte; se, invece, lo scopo è quello di fare in modo che rinunciamo ad andare contro quell’avvocato, gli interessati si sbagliano alla grande, in quanto il loro comportamento fa solo aumentare la voglia di accertare se sono stati commessi errori e perché.

In ogni caso, preferisco che le cose mi vengano dette in faccia: è troppo comodo e vile parlare alle spalle degli altri, soprattutto perché la diffamazione è reato e obbliga al risarcimento del danno

Targhe straniere in Italia: brevi cenni per evitare sanzioni

Dal 4 dicembre 2018 è entrato in vigore il cosiddetto “decreto sicurezza”, che è intervenuto anche sul codice della strada per frenare il fenomeno della circolazione in Italia di veicoli con targa estera.

Fino a quella data, gli stranieri avevano tempo un anno dall’entrata nel nostro paese per immatricolare in Italia il proprio veicolo, a condizione che lo stesso fosse destinato a circolare prevalentemente in Italia.

Quindi, i turisti di passaggio non avevano logicamente alcun obbligo in tal senso, né coloro che si trattenevano in Italia per motivi di studio o di lavoro per meno di un anno per poi ritornare nel proprio paese d’origine.

Con il “decreto sicurezza”, invece, gran parte di coloro che fino al giorno prima erano perfettamente in regola si sono ritrovati automaticamente e senza fare nulla fuori legge, come semplice conseguenza dell’approvazione di tali norme.

In base all’art. 93 del codice della strada aggiornato, è vietato a chi ha stabilito la residenza in Italia da oltre sessanta giorni circolare con un veicolo immatricolato all’estero.

Uno dei punti principali è l’interpretazione del concetto di residenza, in quanto gran parte degli stranieri che vivono in Italia ha comunque una residenza ufficiale nel paese d’origine, se non altro per poter avere i documenti d’identità: all’interno dell’Unione Europea è possibile avere soltanto una ed una sola residenza e nel caso in cui vi siano due iscrizioni anagrafiche in paesi diversi oppure la residenza ufficiale non corrisponda alla dimora abituale – ovverosia al luogo in cui si svolge prevalentemente la vita della persona – è il secondo criterio a prevalere.

I cittadini UE hanno diritto rimanere in Italia senza formalità per tre mesi, dopo di che devono chiedere l’iscrizione anagrafica, anche se intendono mantenere la residenza nel paese di origine; sarà comunque l’iscrizione in Italia a rendere applicabile l’art. 93 del codice della strada.

La norma si applica per tutti i veicoli con targa estera, non soltanto per quelli intestati alla persona e quindi bisogna fare molta attenzione: un cittadino tedesco che vive abitualmente in Italia non potrà guidare il veicolo del fratello che lo viene a trovare durante le vacanze, se questo veicolo ha targa tedesca.

La legge, tuttavia, prevede o comunque consente alcune eccezioni, di cui occorre dare conto.

Un cittadino dell’Unione Europea che vive abitualmente in Italia per un periodo superiore a sessanta giorni potrà comunque guidare un veicolo con targa estera:

nel caso in cui il proprietario del veicolo sia presente a bordo;nel caso in cui il veicolo sia intestato ad una società di leasing con sede all’estero, purché senza filiali o rappresentanze in Italia, ed il conducente sia titolare del contratto con espressa autorizzazione alla circolazione al di fuori dello stato di immatricolazione;nel caso in cui il conducente residente in Italia sia dipendente o collaboratore del proprietario estero del veicolo e tra i due ci sia un contratto di comodato avente ad oggetto tale veicolo.

Ovviamente, è necessario avere a bordo del veicolo tutti i documenti necessari, altrimenti si presume la violazione del codice della strada. Le sanzioni sono molto pesanti e si rischia la confisca del veicolo.

Mamma accusata di PAS e di non far vedere il bambino a padre e nonni: assolta!

Una separazione difficile, una madre slovacca senza parenti in Italia, un padre italiano che vuole dare al figlio quello che non gli ha mai dato prima di andarsene di casa, dei nonni paterni che credono di avere potere in città e, quindi, di non rischiare nulla.

Padre e nonni denunciano la madre perché non farebbe vedere loro il bambino nei giorni stabiliti dal Tribunale e, come se non bastasse, la loro avvocatessa accusa la mamma di fare di tutto per eliminare dalla vita e dalla mente del bambino la figura paterna: la sindrome d’alienazione parentale è ormai una moda, però bisogno sapere di che cosa si sta parlando.

Un processo lungo, la testimonianza dell’ispettore di polizia, della nonna, del nonno, del padre, del baby sitter e anche del bambino, con tutte le cautele del caso.

E’ vero che il bambino non vede i nonni il mercoledì pomeriggio, lui non vuole andare perché si annoia e la mamma non lo fa andare perché il bambino ha altri impegni e non ci vuole andare; i nonni non vedono il nipote il mercoledì, come imposto dalla sentenza, però stanno con lui due-tre fine settimana completi al mese, insieme al papà; i nonni non avrebbero il diritto di trascorrere così tanto tempo con il nipote, però il padre è tornato a casa da loro mentre al momento della sentenza viveva altrove; le circostanze sono cambiate e i nonni stanno di fatto con il nipote per il doppio del tempo a cui avevano diritto in base alla sentenza.

Però loro volevano il mercoledì pomeriggio e sembra che non considerino minimamente i fine settimana non previsti in sentenza e accusano la madre di alienare il bambino dalla famiglia paterna, di volerlo strappare dalle radici italiane e di trasformarlo in un bambino solo slovacco.

E non capiscono che stanno con il nipote più tempo del previsto.

Formalmente la sentenza del Tribunale non viene osservata dalla madre, perché in quei famosi mercoledì pomeriggio non fa in modo che il bambino stia con i nonni, ma la sostanza è tutta un’altra cosa.

La madre slovacca è stata assolta, giustamente e nonostante tutto. Abbiamo lavorato bene.

avv. Boris Dubini